Se controlli le parole, controlli il mondo
Non è teoria.
È ciò che sta succedendo.
Stiamo eliminando parole.
Non quelle inutili.
Quelle scomode.
Quelle che servono per capire.
Per giudicare.
Per opporsi.
E ogni parola che scompare
porta via con sé
un pezzo di realtà.
All’inizio non te ne accorgi.
Poi succede qualcosa.
Non sai più come chiamare le cose.
E se non sai nominarle,
non sai più nemmeno combatterle.
Intanto il linguaggio cambia.
Guerra diventa operazione.
Morte diventa danno collaterale.
Le parole si addolciscono.
La realtà no.
Ci sono morti che contano.
E morti che si contano.
Non è la morte a cambiare.
È il linguaggio
che la pesa.
E mentre il vocabolario si restringe,
l’individuo perde strumenti.
Non sa più nominare.
Non sa più giudicare.
Non sa più opporsi.
Arrendersi?
Sarebbe la vittoria più facile.
Ma c’è un limite.
Non possono toglierti tutto.
Resta qualcosa. Sempre.
Il libero arbitrio.
Non come idea.
Come scelta.
È lì che si gioca tutto.
Non nei discorsi.
Non nelle versioni ufficiali.
Ma in quello che scegli
quando nessuno ti guarda.
Ogni individuo combatte la propria guerra.
E quella guerra non è evitabile.
Il valore non si dichiara.
Si dimostra.
Nella scelta.
Anche quando sembra inutile.
Anche quando sembra già deciso.
Perché non lo è.
Mai del tutto.
La morte non risolve.
La violenza non chiude.
La cancellazione non protegge.
Alimenta.
Nasconde.
Rimanda.
Allora sì: largo alla parola.
Non addomesticata.
Non svuotata.
Responsabile.
E, prima di tutto,
piangiamo chi muore.



