Mi sia permesso un neologismo per tradurre a modo mio l’attuale inquinamento verbale.
Come i movimenti più frenetici non potranno mai equilibrare la mancanza di azione, così l’eccesso di comunicazione non potrà mai equilibrare la mancanza di contenuti.
La tempesta di dati che colpisce ogni giorno anche il più isolato degli abitanti di questa terra conduce essenzialmente a quattro situazioni:
- incomprensione e rifiuto causati dall’incessante martellamento
- confusione nel calcolo delle priorità provocato da una severa e subdola azione di marketing
- sensazione di catastrofe imminente dovuta alla natura del messaggio: in genere di pericolo e minaccia
- assenza di risposta pertinente e possibilmente efficace
Per descrivere l’anomalia comunicativa che ci affligge e che insieme all’onnipresenza musicale rallenta il normale metabolismo intellettivo sociale, prenderò ad esempio un semplice volo di linea.
Immaginiamo di viaggiare su un aereo da Roma a Parigi.
Durante il volo le informazioni esterne utili e indispensabili riguardano gli aerei che incroceremo sulla nostra rotta, le informazioni sul nostro aeromobile e naturalmente le previsioni meteo.
Informazioni riguardanti i voli tra Sidney e Singapore non sarebbero utili e in ogni caso inutili da trattare.
Le informazioni che vengono scambiate tra il nostro volo e la torre di controllo avvengono con parole, tempi e conferme codificate: lo scopo è quello di assicurare comprensione massima.
E per finire tutto quello che avviene a bordo del nostro aereo è registrato in una scatola nera e servirà per aumentare le esperienze e scongiurare il ripetersi di errori conosciuti e quindi apriori evitabili.
Nella nostra realtà quotidiana siamo confrontati ad una situazione molto diversa.
L’informazione è intempestiva: la nostra attenzione è distolta da comunicazioni su avvenimenti verificatisi in altri paesi o in altri continenti.
Il risultato è la perdita d’efficacità nelle nostre mansioni e l’impossibilità di elaborare un giudizio precursore di una qualunque reazione.
Alla fine del giorno lavorativo, la fatica e il rifiuto conducono all’adattamento.
Consideriamo anche che il modo con il quale le informazioni sono divulgate è costituito in gran parte da sintesi arbitrarie che trasmettono un giudizio grossolanamente nascosto.
Questo fattore ulteriore impedisce l’elaborazione di una risposta pertinente all’ascoltatore distratto.
E per finire, nessun riferimento alla cronologia, all’evoluzione, alla memoria recente o alla storia.
Una bomba sembrerà essere la prima, e per paura anche l’ultima, e le difficoltà sembreranno insormontabili non potendo contare sull’esperienza di chi ha sormontato molto peggio prima.
Il nostro diritto di sapere, dovrebbe essere nutrito in momenti scelti.
La “purezza” del messaggio dovrebbe essere pretesa.
La memoria evocata ogniqualvolta possibile.
Informazione e comunicazione giusta nei tempi e nelle parole e strutturante memoria.
Per chi come me ha visto la luce del sole prima dell’arrivo dell’ultimo millennio, tutto ciò potrà apparire alquanto semplicistico.
E anche per chi, arrivato dopo, ha la fortuna di essere stato educato all’ascolto e alla riflessione.
Per gli altri è un’altra storia.
Come siamo arrivati a questa valanga anticulturale che viene presentata come “evoluzione”, “eguaglianza”, “democrazia” e “progresso tecnico”?
Come non ci si rende conto, o si fa finta, che questa nuova ignoranza conduce a tristezza e isolamento sociale, creando dipendenza da consumo obbligato?
Non si tratta di evoluzione, perché le lingue evolvono cambiando, ma non restringendosi e con perdita numerica di parole.
Non è uguaglianza, perché il vivere comune e la tolleranza tra popoli non hanno bisogno della diluizione della cultura.
Non è democrazia, perché annegare un popolo con comunicati dettagliatissimi non potrà mai nascondere l’assenza di trasparenza sui traguardi da raggiungere.
E infine non si tratta di progresso tecnico, perché tutti i nostri aggeggi informatici supportano perfettamente comunicazioni chiare e complete.
Se riflettiamo, a questa equazione bisogna aggiungere il fattore “velocità”.
Esserci senza vivere, sapere, senza capire.
Ma comunque “subito”.
Probabilmente a questo ritmo, al posto di mandare la foto di ogni piatto di spaghetti che stiamo mangiando, manderemo online il nostro ritmo cardiaco o le nostre variabili biologiche quotidiane, eleganti o meno che siano.
Seguendo questa linea, la comunicazione diventa addirittura inutile.
Secondo direttive chiare e non ufficialmente imposte, il singolo diventa elemento vuoto di coscienza e volontà.
Il potere decide, cosa, quando e come.
Gli interessi del vertice vengono imposti come soluzioni indispensabili per la base.
Allora, rallentiamo le risposte, e riempiamole di senso.
Filtriamo le informazioni da accettare.
Accettiamo la solitudine intrinseca dell’essere umano, non rimanendo “connessi” senza sosta.
Raccontiamo un evento con parole e non solo con le immagini.
Scriviamo: “oggi ho vissuto emozioni forti”, invece di mandare emoticon con occhi sgranati e lingue controvento.
Utilizziamo tutte le parole della nostra lingua, e utilizzeremo tutti i neuroni del nostro cervello e accenderemo tutti i sentimenti del nostro animo.
Non creiamo un generazioni esseri-esistenti-come-consumatori.
Impregniamo i nostri figli di storia e umanità affinché conservino memoria e cerchino la vita.
Affinché non diventino veloci binari sempre fuori stazione.



